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mercoledì 10 giugno 2015

La pesante inutilità dell'essere


Pessimismo, disistima, autoflagellazione, stress, fallimento? Può sembrare ma proviamo a ragionarci iniziando dalla fine.

L'essere, essere, volere, sembrare, sono, siamo, vorrei.
Sono solo parole ma dentro hanno un mondo infinito.  Un animale non può dire <ESSERE>, forse neanche pensarlo, ma può sentirlo. Noi siamo animali e anche noi non avremmo bisogno di dirlo o pensarlo, ci basterebbe sentirlo. Ma abbiamo un pregio e un difetto rispetto agli animali: una mente elaborante. La nostra mente elabora e costruisce pensieri, talvolta vuoi risolutivi per problemi, talvolta vuoi complicanti situazioni semplici.  
ESSERE è più semplice di quello che andiamo ricercando.
Lo cerchiamo in una realizzazione lavorativa, sacrificando per questa cose che non potremo più avere.
Lo cerchiamo nell'arte, credendo così di realizzarci o di esprimerci o di comunicare, ma sempre senza un fine stabilito. Tralasciando poi che da sempre, e specialmente nel periodo più ricco per l'arte Il Rinascimento,  sono nati artisti e capolavori solo grazie alle sovvenzioni dei vari signorotti o Papi, sovvenzioni che erano frutto di guerre, tasse inique, schiavitù, atti di predoneria, insomma di comportamenti che di artistico o umanitario avevano ben poco: quanto ne è valsa la pena? E' stato un bilancio equo?
Lo cerchiamo in un amore, ma quasi sempre l'amore si trasforma in un contratto di mutuo soccorso, se non in una guerra per dimostrare chi sia il più forte o nell'esercizio di una schiavitù più o meno velata.
Lo cerchiamo nei figli, che cresciamo e alleviamo vuoi perché realizzino i nostri sogni, vuoi per un sostegno futuro, vuoi per un egoistico senso di proprietà, vuoi per un istinto primordiale al quale non sappiamo dare un senso, vuoi perché abbiamo bisogno di qualcuno da amare e curare, vuoi per "fare una famiglia", vuoi per "coronare una storia d'amore". Raramente per quello che in realtà serve: prosecuzione della razza.
Lo cerchiamo nel cibo, nella sua degustazione, nella sua trasformazione, nella ricerca di nuovi sapori, nella sapienza della conservazione, nello scoprire le sue qualità: ma sempre di sopravvivenza stiamo parlando. 
Lo cerchiamo nel potere e nell'esercitare il nostro senso di conquista e di dominio, vuoi nella natura vuoi verso i nostri simili.
Lo cerchiamo nelle varie forme di religione, perché è più facile cercare una scappatoia che ci possa far sperare in un premio mai visto ma solo pensato, perché solo nelle fantasie possiamo ricreare una perfezione o un fine altrimenti inesistenti.
Ma ESSERE, SENTIRE il senso della vita, SENTIRE l'equilibrio con quello che ci circonda, SENTIRE il motivo per il quale andiamo avanti, SENTIRE il perché, SENTIRE l'istinto primitivo e primordiale: ecco questo lo abbiamo perso, perché se dobbiamo rinchiuderlo in una logica vuol dire che non lo sentiamo più, e se non lo sentiamo più vuol dire che lo abbiamo perso.

Inutile, allora ESSERE è inutile? O quantomeno, con quale fine cerchiamo di ESSERE? Nelle varie forme di ricerca di realizzazione del proprio ESSERE, non ci accorgiamo che SIAMO nelle piccole cose e non nei grandi progetti. Siamo nel guardare un volo di un uccello, siamo nel sapore di un frutto, siamo nel sentire il profumo di un fiore, siamo nell'ammirare la bellezza di una pianta, siamo nel battito del cuore verso una persona, siamo nel sorriso di chi ringrazia, siamo nella stretta di mano di chi si fida di noi, siamo nello sguardo di un figlio, siamo nella carezza di una madre, siamo nella protezione di un padre, siamo nel consiglio di un amico, siamo nel guardare un cielo stellato, siamo nel seguire il cambiamento di una nuvola, siamo nel vedere il mare, siamo nella maestà di una montagna, siamo nel gesto affettuoso di un cane, siamo nell'accarezzare un gatto, siamo nella paura del vuoto, siamo nel terrore di un temporale, siamo nell'ipnotismo di un fuoco, siamo nell'angoscia di un incendio, siamo nella pulizia di una pioggia, siamo nell'odore dell'aria fresca, siamo in un panorama mozzafiato, siamo nella rabbia di un tradimento, siamo nella speranza di un ritorno, siamo nella gioia di avere dato, siamo in un bacio d'amore, siamo in un abbraccio sincero, siamo nella delusione di una sconfitta, siamo nella tristezza di un abbandono.  Siamo quando sentiamo, non quando abbiamo.
Invece viviamo in una società che ci insegna la positività dell' AVERE, che fa passare il messaggio che "chi più ha più è".  Puoi non ESSERE mai stato ma sei HAI abbastanza e HAI scalato le graduatorie sociali allora puoi dire che SEI. Ma non ti diranno mai che non sei mai stato, perché ti sentiresti fuori luogo e non parte di un tutto, di quel tutto che in cambio di qualche comodità -nella quasi totalità dei casi inutile e superflua-  ti ruba la vita. E noi ci sforziamo e vogliamo ESSERE così come gli altri si aspettano che siamo, ci sforziamo anche andando contro la nostra natura, ci abbrutiamo in lavori spesso inutili e nella maggioranza dei casi improduttivi per noi e redditizi per altri, sacrifichiamo sentimenti e opportunità per un fine spesso ignoto o che si riduce alla libertà di un giorno su sette o di tre settimane su cinquantadue. Abbiamo perso completamente il senso di aggregazione, il senso del perché siamo una razza che si riunisce in comunità. Siamo una specie debole e fragile, che ha bisogno del mutuo soccorso per sopravvivere, ha bisogno di aiutarsi a vicenda per essere più forte, che ha bisogno di creare comunità per sopravvivere ed  ESSERE.
Viviamo in tutto quello che la nostra società non è: cerchiamo di ESSERE ma quello che cerchiamo è inutile perché NON E' ESSERE ma sopravvivere.

E questa ricerca inutile pesa sulle nostre vite come un macigno. Pesa perché sentiamo dentro di noi che quello che abbiamo o cerchiamo è inutile.
E' questo un peso che sentiamo in modo diverso: chi tutti i giorni, chi ogni tanto, chi una sola volta nella vita, chi alla fine di una vacanza, chi di fronte ad un fallimento, chi dopo una sconfitta, chi in seguito ad una perdita, chi pensando ad un futuro incerto, chi dopo aver perso il lavoro, chi facendo un lavoro che non ama, chi dopo una relazione finita, chi durante una relazione sbagliata, chi di fronte alle difficoltà con un figlio.
Questo peso c'è, esiste, lo portiamo con noi, ci abituiamo a conviverci, lo sopportiamo, impariamo a gestirlo: ma c'è, perché l'istinto ci dice che dobbiamo ESSERE ma non lo stiamo facendo.


La pesante inutilità dell'essere.

lunedì 21 aprile 2014

Soldi, perché?


Natalino Balasso, professione comico. Se non lo avete condiviso su FB vi consiglio di farlo, non perché faccia post comici, ma perché i suoi sagaci post sono spesso fonte di riflessione. Oggi 21 Aprile 2014, pasquetta, leggo un suo post sul lavoro e inizio a rimuginarci su.
"L'esclusività del posto di lavoro provoca, tra le altre cose, l'imbecillità del nostro vivere sociale. Il giorno in cui ci accorgeremo che non sono i posti di lavoro, gli stipendi o i quadri professionali da difendere, ma gli esseri umani che stanno come pedine dentro queste caselle, sarà sempre troppo tardi.
Un signore di Locorotondo chiama il numero verde al quale dovrebbe rispondere un medico competente per intervenire sull'apparecchiatura che serve alla madre malata di sla. Il rischio è la morte. Risponde un sostituto che afferma di non essere competente, di chiamare il giorno dopo Pasquetta perché il medico competente è in ferie.
Un amico medico ha salvato la situazione dimostrando per l'ennesima volta l'inutilità dei numeri verdi.
Da cosa derivano queste situazioni? Da persone che non hanno voglia di lavorare? Dal welfare che non funziona? Dalla mancanza di sensibilità?
Io credo che derivino dal fatto che ci ostiniamo a credere nell'esclusività del posto di lavoro. Se quel posto fosse occupato non da una sola persona, da ma da dieci, venti, cento medici senza lavoro, avremmo un posto attivo ventiquattr'ore su ventiquattro. Si lavorerebbe tutti poche ore a settimana se al centro, invece del lavoro, ci fosse l'essere umano. Lavorare sarebbe come scontare la pena di Berlusconi: una pacchia.
Ovviamente chi crede nell'ineluttabilità dell'esistente afferma che "non ci sono soldi" oppure, come va di moda dire, "non ci sono coperture".
Ma i soldi sono un'invenzione, il sistema economico in cui viviamo è una realtà virtuale, possiamo modificarla a nostro piacimento, dobbiamo solo ripensare la realtà. Immaginare un modo diverso di esistere.
Oppure possiamo fare come stiamo facendo: studiare quello che gli altri hanno già fatto, rifare quello che hanno fatto loro e meravigliarci che non si fanno passi avanti."

Si possono dire tante cose pro e contro, non bisogna essere necessariamente d'accordo, certi passaggi possono anche sembrare forzati, ma se si prende come spunto per riflettere si può arrivare lontano. 
I soldi sono stati una delle più grandi invenzioni ed hanno dato modo sviluppare le società. Hanno dato modo di far crescere alimentazione, cultura, benessere, salute, arte, comodità. I soldi sono stati un mezzo per migliorare il nostro modo di vivere in comunità: "un mezzo per" non "il fine di". E qui c'è la piccola, grande, enorme differenza tra positività e depravazione.
I soldi devono essere stampati in funzione della redditività e distribuiti in base al lavoro, altrimenti perderebbero la loro funzione e il loro valore, e su ciò non ci sono dubbi. Dubbi che invece vengono quando si deve dare il valore alla redditività, al lavoro, alla utilità, al fabbisogno. Se si considerano i soldi "un mezzo per", è necessario che ognuno che lavori abbia abbastanza soldi per una sussistenza degna e soddisfacente. Ciò non vuol dire che ognuno debba guadagnare allo stesso modo, ma che ognuno abbia una retribuzione minima che gli possa permettere una vita dignitosa e che non ci sia troppo divario tra un minimo e un massimo. Discorso forse di sapore comunista (e toglierei anche il forse...), ma che alla luce dei nostri giorni non può non essere preso in considerazione.
La folle ed inutile corsa verso l'accumulo e l'arricchimento ha trasformato il denaro ad essere "il fini di". Se con serenità andiamo a vedere come si utilizza il denaro ai giorni nostri, non possiamo non accorgerci che ciò che dovrebbe renderci la vita migliore sotto tutti i punti di vista, è diventato la ragione di vita delle varie economie. Le necessità primarie di cui la nostra società ha bisogno cioè cibo, casa, salute, cultura, scopo primario per il quale è stato inventato il denaro (maggiore facilità di scambio rispetto al baratto), sono state accantonate per far posto ad altri valori quali redditività, investimenti, controllo del potere, accumulo indiscriminato, controllo dei mercati, ai quali se non si darà un freno, faranno scivolare le società occidentali ad una implosione incontrollata. 
Avere nella stessa azienda un dirigente (che sempre dipende è!!!) che guadagna € 800/900.000 annui contro i 15/20.000 di un un impiegato/operaio di base, è immorale e assurdo per vari motivi. Se lo stesso dirigente guadagnasse € 200.000 annui avrebbe di certo una qualità di vita più che dignitosa, e se nel contempo la produttività aziendale fosse comunque garantita dall'assunzione di un'altro dirigente e di altri impiegati/operai di base, permettendo così di ridurre le ore lavorative senza incidere sui costi aziendali ma elevando la qualità di vita del singolo, non sarebbe un migliore uso del denaro? Perché alla fine a quel dirigente avere in banca svariati milioni a cosa servirebbe se non ad un accumulo superfluo e inutile di denaro? Riuscire ad avere da parte un risparmio che consenta di far fronte agli imprevisti è sano e giusto, eccedere con accumuli di beni e denari che tre vite non basterebbero a godersi, quale utilità sociale ha?
Una nazione che, per gestire le ricchezze prodotte dal suo popolo, perde di vista le necessità e i fabbisogni del popolo stesso, che funzione ha? Quale è la ragione esistenziale di uno Stato se, per autogestirsi, ha bisogno che vengano sacrificati diritti essenziali quali la casa, il lavoro, la sanità, l'istruzione, la cultura? Un'economia che mira esclusivamente all'aumento delle ricchezze della propria economia, senza essere in grado di trasformarle in benessere per il suo popolo, che economia è se non malata e inutile?
Stiamo assistendo oramai da decenni all'aumento incontrollato di produzione di beni, di cibo, di servizi, di tecnologia, senza che ciò abbia portato ad un significativo innalzamento della qualità della vita. Anzi, tutt'altro! Sembra che più si va avanti e più stiamo sacrificando le nostre vite per cercare di produrre un reddito che ci permetta una sussistenza al limite della dignità.
Se pensiamo a quello che le economie mondiali producevano 50 anni fa, soddisfacendo le necessità delle popolazioni, e lo rapportiamo alle tecnologie moderne, posso tranquillamente affermare che per produrre gli stessi beni potremmo lavorare due ore al giorno. Ora mi direte che 50 anni fa erano poche le famiglie che, per esempio, disponevano di un televisore, di una lavastoviglie, di una lavatrice o di un frigorifero, tutti beni che ora sono a disposizione di tutti (o quasi). Giusto; ma quanti sono quei beni che ci hanno veramente alzato la qualità della vita e ci hanno permesso di migliorarla? E siamo veramente certi che ciò sia compatibile con il continuare a lavorare per 8 ore al giorno sei giorni la settimana, o che forse almeno la metà del tempo sia solo in funzione di una superflua redditività economica (soldi, beni superflui) della quale potremmo fare a meno se riuscissimo a dedicare più tempo a goderci di più le bellezze che la vita ci mostra ogni giorno?
Quindi quando Balasso dice:
"..i soldi sono un'invenzione, il sistema economico in cui viviamo è una realtà virtuale, possiamo modificarla a nostro piacimento, dobbiamo solo ripensare la realtà. Immaginare un modo diverso di esistere."   
mi riesce difficile non essere d'accordo, ed anche se può essere un'utopia, non dobbiamo mai desistere dal riflettere su cosa sia giusto e cosa sbagliato.

sabato 15 marzo 2014

Meschinità, sofferenza, vendette, umanità

Per questa riflessione prendo spunto dalla vicenda Mussolini-Floriani.
Vicenda che secondo me è stata trattata dai media principalmente come gossip, ma che invece meriterebbe un maggiore approfondimento, guardandola dai tre punti di vista diversi: Floriani, Mussolini, tutti "gli altri".
Guardandola dalla parte di Floriani, non dobbiamo fermarci a giudicare il più che riprovevole gesto, ma cercare di capire perché un uomo, che apparentemente non avrebbe bisogno di niente, vada a buttare via tutta la sua vita (perché questo ha fatto) per una mezz'ora di amplesso. Uno psicologo o un antropologo saprebbero spiegare quali siano le molle che spingono ad avere questi comportamenti, ma visto che da che esistono le civiltà sono vicende che accadono continuamente, piuttosto che stupirci dobbiamo considerarle ineluttabili, pur condannandole e cercando in tutti i modi di porvi rimedio. Ma l'istinto che porta un uomo ad andare con una prostituta o a cercare un'avventura, è insito nella "bestia uomo" e per questo impossibile da debellare completamente. Il fatto poi che, con l'avanzamento dell'età, un uomo sia spinto a cercare compagnie sempre più giovani, potrebbe forse essere una ricerca di giovinezza perduta, un fatto di continuare a sentirsi in forma, un primordiale istinto di riproduzione e affermazione sociale (se guardiamo nei branchi degli animali, il maschio dominante spesso viene allontanato quando si fa "vecchio"), fattori questi che di certo non giustificano certi atti, ma che comunque non li devono far passare come comportamenti deviati o assurdi o da maniaci. La storia da sempre e fino ai giorni nostri è costellata di episodi di "pedofilia" che un tempo venivano considerati normali, basti pensare che nella nostra società fino a relativamente pochi anni fa (un centinaio penso che basti...) e tuttora in molte altre culture, prendere in sposa una "donna" di 14-15 anni o anche meno, era assolutamente normale. Quindi personalmente più che chiedermi del perché del comportamento di Floriani, mi chiedo da cosa sia dipesa la sua debolezza di carattere, la sua insicurezza di essere Uomo, la sua immaturità, la sua leggerezza, il suo rifiuto delle sane regole della società. E qui subentrano i suoi trascorsi di vita, la famiglia, il rapporto con la moglie: tutte cose che se vuole uscirne fuori dovrà cercare ed analizzare con un bravo psicologo. Non lo stimo come Uomo perché il suo comportamento è socialmente e umanamente deprecabile, ma non posso e non voglio ergermi a giudice e condannarlo senza sapere il perché.
Dopodiché, pur se non mi è mai piaciuto il suo modo di porsi nonché di essere personaggio e politico, non vorrei mettermi nei panni della Mussolini, perché una vicenda del genere ti devasta, ti annienta, ti fa sentire inutile, ti rende impotente e insicuro sul futuro. Ripercorri la tua vita, cerchi di capire dove hai sbagliato, perché dentro ti senti che quel comportamento sia in buona parte colpa tua, non sai come difendere i figli dalle cattiverie delle persone che immancabilmente arriveranno, hai il terrore che possano subire il trauma per un qualcosa di cui non hai colpa ma di cui ti senti in colpa, pensi sopratutto di avere fallito come donna. Il tutto poi decuplicato dall'essere uno scomodo e famoso personaggio pubblico. In questa vicenda si vedrà se il suo piglio battagliero sia stato sempre e solo un atteggiamento esteriore, o se dentro ha veramente la forza di uscirne e ricostruirsi a testa alta. Non lo sa lei, non lo sappiamo noi.
Infine cosa dire di tutti i commenti che stanno piovendo da ogni dove. Insulti, prese in giro, vendette, incoraggiamenti, attestati di solidarietà, richieste di rispetto, e chi più ne ha più ne metta. Un circo mediatico e umano che si alterna in modo nevrotico e inconcludente. Personalmente tutti quelli che la stanno pesantemente insultando e che per "vendetta" per sue vecchie affermazioni (una su tutte il "meglio fascista che frocio") stanno banchettando e stappando bottiglie di champagne, fanno sinceramente pena. Anche se si ha un'idea diametralmente opposta alla nostra, anche se vengono usate parole inadeguate per affermarla, anche se si usano modi volgari per cercare di imporla, è da vigliacchi usare un momento di difficoltà e di sofferenza umana per "vincere" una battaglia o per vendicarsi di una sconfitta. Nel momento del dolore e della sofferenza dell'antagonista, chi sente la giustezza e la forza delle proprie idee e ha la volontà di condividerle, non ha bisogno di meschinità ma anzi dà la propria solidarietà e cerca di  iniziare, ove possibile, un dialogo più costruttivo per capire e farsi capire: non è buonismo ma civiltà.

lunedì 3 marzo 2014

Carità



Guardo la televisione e vedo la pubblicità di un'associazione umanitaria che aiuta i bambini del terzo mondo, costruendo scuole e dando servizi, per cercare di dargli una possibilità ed un futuro migliore. Mi si stringe il cuore a vedere le immagini e sentendomi in una posizione di ineguagliabile privilegio sociale rispetto a loro, penso sia più che giusto dare un aiuto. Poi però la parte "cattiva" della mia anima si risveglia, mandandomi immagini di numeri, migliaia di numeri, miliardi di numeri: sono tutte le cifre che le grandi banche private e le holding e i grandi gruppi e le lobby si spartiscono giornalmente fottendosene altamente di questa parte di mondo, che se volessero potrebbero aiutare senza il minimo sforzo e senza conseguenze nei loro bilanci. Penso che se tutte le banche del mondo devolvessero lo 0,05% dei loro guadagni ad aiutare certe popolazioni, si potrebbero risolvere molte ingiustizie ed avere delle risorse umane sulle quali contare. Penso che se tutte le banche del mondo devolvessero lo 0,05% dei loro guadagni ad aiutare certe popolazioni, gli interessi che paghiamo nei conti correnti sarebbero meno onerosi. Penso che se tutte le banche del mondo devolvessero lo 0,05% dei loro guadagni ad aiutare certe popolazioni, potremo dire di essere più civili. Quindi qual è la ragione per cui tutto ciò non accade? Di certo è perché c'è convenienza da parte di una certa fetta della nostra società, quella fetta che gestisce la maggior parte delle ricchezze del mondo, quella che decide quando essere in recessione e quando tirarci fuori, quella che decide le nostre vite insomma, che ci siano popolazioni e fasce dell'umanità che soffrano di un'estrema povertà e di un'estrema ignoranza, perché la maggior parte della ricchezza della quale godono deriva proprio da lì. Ed allora, se a livello mondiale c'è questa convenienza affinché certe cose non cambino, tutte le associazioni umanitarie, che in gran parte sono parte integrante di questa struttura societaria, cosa esistono a fare se non a creare altre ricchezze per i soliti noti e a metterci la coscienza a posto mandando ad un bambino africano i nostri 10€? Ed io che vorrei mandare questi 10€, faccio bene a foraggiare questo carrozzone che non cambierà mai perché non esiste interesse nel cambiarlo, o faccio meglio a non dare adito a questi personaggi di creare altre ricchezze per loro, senza che nessun problema del terzo mondo sia risolto?