venerdì 2 maggio 2014

Africa e razzismo. Tutto semplice?

Accendo la tv per vedere il Concertone del 1° Maggio, e invece di vedere qualcuno che suona e di ascoltare musica, mi appare un barbuto personaggio che, intervistato dalla conduttrice, comincia il solito discorso radical-chic buonista cultural-associativo, sull’immigrazione e sui poveri africani e su nessuno che fa niente e su noi che dobbiamo ricordarci dei nostri emigranti e sul “siamo tutti africani” e sul.. e sul.. e sul… ; e io mi sono sinceramente rotto le scatole!
Sì, sono stufo di farmi giudicare facendomi sentire un razzista da questi signori, e farmi additare quale “colpevole” della fame e dei problemi dell'Africa. Sì, sono stufo!
Ho poi scoperto che il signore in questione è Carlo Petrini  fondatore di Slow Food, degnissima organizzazione senza dubbio, che sta cercando di aiutare alcune popolazioni africane costruendo degli orti in loco: non ho niente contro di lui, ma non posso più accettare che secoli di storia vengano vomitati sulle nostre ultime generazioni riempiendole di sensi di colpa che, non solo non dovrebbero appartenerci, ma sui quali si fa leva per continuare giochi di commercio e di potere che non solo a noi popolino non portano nessun beneficio, ma anzi ci stanno impoverendo.
Le conquiste coloniali e le conseguenti schiavitù che per secoli hanno portato nazioni europee ad andare in Africa, sono un preciso e limitato periodo storico che ha riguardato le nostre civiltà fino al XX secolo e che (purtroppo) sta tuttora continuando anche se sotto altre forme: multinazionali, interessi di governi, traffico di armi e droga, etc. Ma la storia ci insegna che le espansioni coloniali e la schiavitù non sono avvenute solo in Africa, ma in Europa (Impero Romano), in Asia (Impero Cinese, Mongolo, Giapponese, Francese, Inglese), nelle Americhe (Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia), in Oceania (Inghilterra), il tutto solo considerando gli ultimi duemila anni di storia. Insomma, la conquista di colonie e la messa in schiavitù di popolazioni c’è sempre stata, e purtroppo fa parte dell'istinto della natura umana prevaricare i più deboli. Ma tutte queste popolazioni, una volta finita la colonizzazione, hanno iniziato una loro cultura ed una loro storia. In alcuni casi purtroppo si è assistito alla violenta e quasi totale scomparsa delle popolazioni e delle culture preesistenti (nelle Americhe tutte le culture precolombiane, in Oceania gli Aborigeni), che sono comunque state soppiantate dalle culture e dall'ambientamento delle popolazioni conquistatrici. Allora cosa c’è di differente da quello che è successo in Africa? Perché le popolazioni africane non hanno avuto uno sviluppo sociale come negli altri continenti, vuoi con una crescita delle popolazioni indigene (Asia), vuoi con l’arrivo dei nuovi coloni (Americhe, Oceania). Cosa c’è di diverso? Perché i problemi sembra esistano solo sul continente africano?
L’attore Paolo Villaggio, pochi giorni fa durante una intervista radiofonica, ha detto che bisogna smetterla di essere ipocriti e dire senza falsità, che le culture africane sono inferiori alla nostra. E tanti chiaramente hanno iniziato ad attaccarlo dandogli del razzista, dello stronzo, del rimbambito, etc. Ma mi chiedo: ha veramente torto? Se finalmente riuscissimo a toglierci di dosso il senso di colpa che ci hanno inculcato, facendoci da sempre sentire colpevoli di tutti i problemi che ci sono in Africa, dalla fame, alla povertà, alle guerre, allo sfruttamento del territorio, ai problemi sociali, saremmo finalmente in grado di affermare senza vergognarci, che la civiltà e la filosofia greca, le conquiste sociali, culturali e architettoniche romane, il pur buio medioevo ma ricco di castelli e cattedrali, il rinascimento con tutta l’arte, la scrittura e la scienza, non sono neanche lontanamente paragonabili a quello che nello stesso periodo e senza le colonizzazioni si sviluppava nel continente africano (escludiamo le nazioni mediterranee che fanno più parte della cultura eurasiatica che non di quella africana). Tutte culture rispettabili, da un certo punto di vista affascinanti e che qualcosa hanno da insegnarci di certo, ma con le quali non farei mai a cambio! E allora perché dare del razzista ad una persona che ha detto una verità? Che colpa ho io se esiste la fame in Africa e i governi non fanno niente per combatterla e anzi, in combutta con i governanti locali che altro non sono che nativi africani, sfruttano le risorse della terra e le popolazioni locali? Ne ho più colpa io o gli africani stessi che prendono il potere nelle loro nazioni e sfruttano il loro stesso popolo? Allora perché far passare il messaggio che questi personaggi quasi non siano frutto della cultura africana ma che la colpa è solo ed esclusivamente di noi occidentali? Perché dobbiamo essere considerati come se facessimo tutti parte delle multinazionali, invece di considerare che anche noi, popolino occidentale, siamo sfruttati e spremuti solo per fare denaro? 
In parte una piccola idea ce l’ho e già l’ho esternata in altri momenti. Certo forse non è l’unico motivo, ma di certo è uno.
Se si riflette bene sui perché della situazione africana, può facilmente balzare agli occhi che girano miliardi di euro di giri d’affari, con organizzazioni internazionali, associazioni, organismi di aiuto, sovvenzioni di stato, che non esisterebbero più se il problema africano non esistesse. E quindi, se c'è un grande interesse internazionale affinché NON si risolvano i problemi africani, perché debbo essere io a sentirmi in colpa? Perché devo ancora sentirmi dare del razzista se dico che quella africana è una cultura inferiore alla mia? Perché non posso litigare con un africano, così come farei con un qualsiasi altro italiano, senza sentirmi un razzista? Perché debbo essere contento dell’immigrazione africana, quando questa pretende di dovermi spogliare della mia cultura e del mio passato, per far posto ad una cultura che è e che ritengo inferiore alla mia? Perché, anche adesso che sto scrivendo, debbo sentirmi in colpa per avere espresso un giudizio che di certo non è offensivo ma un mio giudizio? Perché non accettare che esistono diverse culture con diverse qualità, ma che ce ne sono di superiori e inferiori, ed è giusto che ognuno difenda la propria senza per questo essere tacciato di razzismo? Certo, il razzismo esiste ed è uno dei aspetti peggiori della società, ma non è una esclusiva dei popoli africani. E’ invece subdolamente molto più dentro il nostro tessuto sociale e lo viviamo tutti i giorni tra il ricco e il povero, tra il potente e il sottomesso, tra il dirigente e l’operaio, tra il prepotente e il pavido, tra chi si sente “illuminato” e il sempliciotto, tra le diverse classi sociali, tra le diverse ideologie.
Sono realmente amareggiato e vorrei che finalmente si capisse che la vera libertà dal razzismo è quando si possono esprimere le proprie opinioni, senza per questo essere tacciati di razzismo: fateci sentire liberi di essere fieri delle nostre stupende origini, senza rimorsi e ipocrisie, con tutti i pregi e i difetti che ci competono ma che ci permettono di essere chi siamo.
E se la società in cui viviamo è una meta ambita, vuol dire che in fondo qualcosa di buono e migliore rispetto ad altri lo abbiamo, o no?

lunedì 21 aprile 2014

Soldi, perché?


Natalino Balasso, professione comico. Se non lo avete condiviso su FB vi consiglio di farlo, non perché faccia post comici, ma perché i suoi sagaci post sono spesso fonte di riflessione. Oggi 21 Aprile 2014, pasquetta, leggo un suo post sul lavoro e inizio a rimuginarci su.
"L'esclusività del posto di lavoro provoca, tra le altre cose, l'imbecillità del nostro vivere sociale. Il giorno in cui ci accorgeremo che non sono i posti di lavoro, gli stipendi o i quadri professionali da difendere, ma gli esseri umani che stanno come pedine dentro queste caselle, sarà sempre troppo tardi.
Un signore di Locorotondo chiama il numero verde al quale dovrebbe rispondere un medico competente per intervenire sull'apparecchiatura che serve alla madre malata di sla. Il rischio è la morte. Risponde un sostituto che afferma di non essere competente, di chiamare il giorno dopo Pasquetta perché il medico competente è in ferie.
Un amico medico ha salvato la situazione dimostrando per l'ennesima volta l'inutilità dei numeri verdi.
Da cosa derivano queste situazioni? Da persone che non hanno voglia di lavorare? Dal welfare che non funziona? Dalla mancanza di sensibilità?
Io credo che derivino dal fatto che ci ostiniamo a credere nell'esclusività del posto di lavoro. Se quel posto fosse occupato non da una sola persona, da ma da dieci, venti, cento medici senza lavoro, avremmo un posto attivo ventiquattr'ore su ventiquattro. Si lavorerebbe tutti poche ore a settimana se al centro, invece del lavoro, ci fosse l'essere umano. Lavorare sarebbe come scontare la pena di Berlusconi: una pacchia.
Ovviamente chi crede nell'ineluttabilità dell'esistente afferma che "non ci sono soldi" oppure, come va di moda dire, "non ci sono coperture".
Ma i soldi sono un'invenzione, il sistema economico in cui viviamo è una realtà virtuale, possiamo modificarla a nostro piacimento, dobbiamo solo ripensare la realtà. Immaginare un modo diverso di esistere.
Oppure possiamo fare come stiamo facendo: studiare quello che gli altri hanno già fatto, rifare quello che hanno fatto loro e meravigliarci che non si fanno passi avanti."

Si possono dire tante cose pro e contro, non bisogna essere necessariamente d'accordo, certi passaggi possono anche sembrare forzati, ma se si prende come spunto per riflettere si può arrivare lontano. 
I soldi sono stati una delle più grandi invenzioni ed hanno dato modo sviluppare le società. Hanno dato modo di far crescere alimentazione, cultura, benessere, salute, arte, comodità. I soldi sono stati un mezzo per migliorare il nostro modo di vivere in comunità: "un mezzo per" non "il fine di". E qui c'è la piccola, grande, enorme differenza tra positività e depravazione.
I soldi devono essere stampati in funzione della redditività e distribuiti in base al lavoro, altrimenti perderebbero la loro funzione e il loro valore, e su ciò non ci sono dubbi. Dubbi che invece vengono quando si deve dare il valore alla redditività, al lavoro, alla utilità, al fabbisogno. Se si considerano i soldi "un mezzo per", è necessario che ognuno che lavori abbia abbastanza soldi per una sussistenza degna e soddisfacente. Ciò non vuol dire che ognuno debba guadagnare allo stesso modo, ma che ognuno abbia una retribuzione minima che gli possa permettere una vita dignitosa e che non ci sia troppo divario tra un minimo e un massimo. Discorso forse di sapore comunista (e toglierei anche il forse...), ma che alla luce dei nostri giorni non può non essere preso in considerazione.
La folle ed inutile corsa verso l'accumulo e l'arricchimento ha trasformato il denaro ad essere "il fini di". Se con serenità andiamo a vedere come si utilizza il denaro ai giorni nostri, non possiamo non accorgerci che ciò che dovrebbe renderci la vita migliore sotto tutti i punti di vista, è diventato la ragione di vita delle varie economie. Le necessità primarie di cui la nostra società ha bisogno cioè cibo, casa, salute, cultura, scopo primario per il quale è stato inventato il denaro (maggiore facilità di scambio rispetto al baratto), sono state accantonate per far posto ad altri valori quali redditività, investimenti, controllo del potere, accumulo indiscriminato, controllo dei mercati, ai quali se non si darà un freno, faranno scivolare le società occidentali ad una implosione incontrollata. 
Avere nella stessa azienda un dirigente (che sempre dipende è!!!) che guadagna € 800/900.000 annui contro i 15/20.000 di un un impiegato/operaio di base, è immorale e assurdo per vari motivi. Se lo stesso dirigente guadagnasse € 200.000 annui avrebbe di certo una qualità di vita più che dignitosa, e se nel contempo la produttività aziendale fosse comunque garantita dall'assunzione di un'altro dirigente e di altri impiegati/operai di base, permettendo così di ridurre le ore lavorative senza incidere sui costi aziendali ma elevando la qualità di vita del singolo, non sarebbe un migliore uso del denaro? Perché alla fine a quel dirigente avere in banca svariati milioni a cosa servirebbe se non ad un accumulo superfluo e inutile di denaro? Riuscire ad avere da parte un risparmio che consenta di far fronte agli imprevisti è sano e giusto, eccedere con accumuli di beni e denari che tre vite non basterebbero a godersi, quale utilità sociale ha?
Una nazione che, per gestire le ricchezze prodotte dal suo popolo, perde di vista le necessità e i fabbisogni del popolo stesso, che funzione ha? Quale è la ragione esistenziale di uno Stato se, per autogestirsi, ha bisogno che vengano sacrificati diritti essenziali quali la casa, il lavoro, la sanità, l'istruzione, la cultura? Un'economia che mira esclusivamente all'aumento delle ricchezze della propria economia, senza essere in grado di trasformarle in benessere per il suo popolo, che economia è se non malata e inutile?
Stiamo assistendo oramai da decenni all'aumento incontrollato di produzione di beni, di cibo, di servizi, di tecnologia, senza che ciò abbia portato ad un significativo innalzamento della qualità della vita. Anzi, tutt'altro! Sembra che più si va avanti e più stiamo sacrificando le nostre vite per cercare di produrre un reddito che ci permetta una sussistenza al limite della dignità.
Se pensiamo a quello che le economie mondiali producevano 50 anni fa, soddisfacendo le necessità delle popolazioni, e lo rapportiamo alle tecnologie moderne, posso tranquillamente affermare che per produrre gli stessi beni potremmo lavorare due ore al giorno. Ora mi direte che 50 anni fa erano poche le famiglie che, per esempio, disponevano di un televisore, di una lavastoviglie, di una lavatrice o di un frigorifero, tutti beni che ora sono a disposizione di tutti (o quasi). Giusto; ma quanti sono quei beni che ci hanno veramente alzato la qualità della vita e ci hanno permesso di migliorarla? E siamo veramente certi che ciò sia compatibile con il continuare a lavorare per 8 ore al giorno sei giorni la settimana, o che forse almeno la metà del tempo sia solo in funzione di una superflua redditività economica (soldi, beni superflui) della quale potremmo fare a meno se riuscissimo a dedicare più tempo a goderci di più le bellezze che la vita ci mostra ogni giorno?
Quindi quando Balasso dice:
"..i soldi sono un'invenzione, il sistema economico in cui viviamo è una realtà virtuale, possiamo modificarla a nostro piacimento, dobbiamo solo ripensare la realtà. Immaginare un modo diverso di esistere."   
mi riesce difficile non essere d'accordo, ed anche se può essere un'utopia, non dobbiamo mai desistere dal riflettere su cosa sia giusto e cosa sbagliato.

sabato 15 marzo 2014

Meschinità, sofferenza, vendette, umanità

Per questa riflessione prendo spunto dalla vicenda Mussolini-Floriani.
Vicenda che secondo me è stata trattata dai media principalmente come gossip, ma che invece meriterebbe un maggiore approfondimento, guardandola dai tre punti di vista diversi: Floriani, Mussolini, tutti "gli altri".
Guardandola dalla parte di Floriani, non dobbiamo fermarci a giudicare il più che riprovevole gesto, ma cercare di capire perché un uomo, che apparentemente non avrebbe bisogno di niente, vada a buttare via tutta la sua vita (perché questo ha fatto) per una mezz'ora di amplesso. Uno psicologo o un antropologo saprebbero spiegare quali siano le molle che spingono ad avere questi comportamenti, ma visto che da che esistono le civiltà sono vicende che accadono continuamente, piuttosto che stupirci dobbiamo considerarle ineluttabili, pur condannandole e cercando in tutti i modi di porvi rimedio. Ma l'istinto che porta un uomo ad andare con una prostituta o a cercare un'avventura, è insito nella "bestia uomo" e per questo impossibile da debellare completamente. Il fatto poi che, con l'avanzamento dell'età, un uomo sia spinto a cercare compagnie sempre più giovani, potrebbe forse essere una ricerca di giovinezza perduta, un fatto di continuare a sentirsi in forma, un primordiale istinto di riproduzione e affermazione sociale (se guardiamo nei branchi degli animali, il maschio dominante spesso viene allontanato quando si fa "vecchio"), fattori questi che di certo non giustificano certi atti, ma che comunque non li devono far passare come comportamenti deviati o assurdi o da maniaci. La storia da sempre e fino ai giorni nostri è costellata di episodi di "pedofilia" che un tempo venivano considerati normali, basti pensare che nella nostra società fino a relativamente pochi anni fa (un centinaio penso che basti...) e tuttora in molte altre culture, prendere in sposa una "donna" di 14-15 anni o anche meno, era assolutamente normale. Quindi personalmente più che chiedermi del perché del comportamento di Floriani, mi chiedo da cosa sia dipesa la sua debolezza di carattere, la sua insicurezza di essere Uomo, la sua immaturità, la sua leggerezza, il suo rifiuto delle sane regole della società. E qui subentrano i suoi trascorsi di vita, la famiglia, il rapporto con la moglie: tutte cose che se vuole uscirne fuori dovrà cercare ed analizzare con un bravo psicologo. Non lo stimo come Uomo perché il suo comportamento è socialmente e umanamente deprecabile, ma non posso e non voglio ergermi a giudice e condannarlo senza sapere il perché.
Dopodiché, pur se non mi è mai piaciuto il suo modo di porsi nonché di essere personaggio e politico, non vorrei mettermi nei panni della Mussolini, perché una vicenda del genere ti devasta, ti annienta, ti fa sentire inutile, ti rende impotente e insicuro sul futuro. Ripercorri la tua vita, cerchi di capire dove hai sbagliato, perché dentro ti senti che quel comportamento sia in buona parte colpa tua, non sai come difendere i figli dalle cattiverie delle persone che immancabilmente arriveranno, hai il terrore che possano subire il trauma per un qualcosa di cui non hai colpa ma di cui ti senti in colpa, pensi sopratutto di avere fallito come donna. Il tutto poi decuplicato dall'essere uno scomodo e famoso personaggio pubblico. In questa vicenda si vedrà se il suo piglio battagliero sia stato sempre e solo un atteggiamento esteriore, o se dentro ha veramente la forza di uscirne e ricostruirsi a testa alta. Non lo sa lei, non lo sappiamo noi.
Infine cosa dire di tutti i commenti che stanno piovendo da ogni dove. Insulti, prese in giro, vendette, incoraggiamenti, attestati di solidarietà, richieste di rispetto, e chi più ne ha più ne metta. Un circo mediatico e umano che si alterna in modo nevrotico e inconcludente. Personalmente tutti quelli che la stanno pesantemente insultando e che per "vendetta" per sue vecchie affermazioni (una su tutte il "meglio fascista che frocio") stanno banchettando e stappando bottiglie di champagne, fanno sinceramente pena. Anche se si ha un'idea diametralmente opposta alla nostra, anche se vengono usate parole inadeguate per affermarla, anche se si usano modi volgari per cercare di imporla, è da vigliacchi usare un momento di difficoltà e di sofferenza umana per "vincere" una battaglia o per vendicarsi di una sconfitta. Nel momento del dolore e della sofferenza dell'antagonista, chi sente la giustezza e la forza delle proprie idee e ha la volontà di condividerle, non ha bisogno di meschinità ma anzi dà la propria solidarietà e cerca di  iniziare, ove possibile, un dialogo più costruttivo per capire e farsi capire: non è buonismo ma civiltà.

giovedì 13 marzo 2014

Politica? Politica.



Politica, politica,politica. Parola svuotata del suo senso originario. Aristotele indicava "politica" l’amministrazione delle “polis” alla quale tutti i cittadini partecipavano per il bene dell’intera comunità.
Tutto cambia e si evolve, così anche le parole e il loro significato devono adattarsi e plasmarsi con l'evoluzione delle società. Per esempio la parola "attore" da essere "colui che fa", è oramai comunemente e prettamente associata ai ruoli dello spettacolo, più che alla definizione usata giuridicamente.
Ora quindi la parola "politica" quale significato ha preso nella nostra società?
"Fare politica" non è più occuparsi della gestione delle necessità e dei beni della comunità, ma bensì occupare ruoli per poter usufruire della gestione dei beni della comunità. Questo non vuol dire che non ci siano dei politici che non abbiano a cuore il bene comune, ma che tutti coloro che si occupano di politica devono rendere conto a terzi della gestione delle ricchezze: e questi terzi non sono quasi mai cittadini. Ma non è che ciò avvenga sempre per cattiveria o per interesse, ma spesso per necessità di vita. Se si sceglie la carriera politica come fonte di sostentamento è normale che si sia portati a dovere sottostare ad accordi, inciuci, umiliazioni, scelte non condivise e quant'altro, ma sempre per la paura di "perdere il posto di lavoro". A 25 anni posso anche permettermi di fare scelte delle quali possa rispondere solo alla mia coscienza, ma a 50 anni con moglie, figli, mutuo, amante, seconda moglie, vacanze e vita agiata, perché dovrei prendere delle decisioni che mi mettano nelle condizioni di perdere il "posto di lavoro" e tutto che ho costruito fin'ora, senza avere la certezza di trovare un nuovo impiego altrettanto soddisfacente? Quindi dico sì, sottostò agli ordini che ricevo, faccio il bravo soldato, e chi s'è visto s'è visto. Da biasimare? No di certo: umanamente accettabile e sottoscrivibile, eticamente e socialmente deprecabile.
Porre rimedio a questa degenerazione del modo di fare politica è necessario, urgente ma molto difficile e di certo non da questo post! Scollegare le "necessità" del singolo dalla più ampia visione del bene collettivo però, è una condizio sine qua non per avere dei veri amministratori del bene pubblico a favore della comunità. Rifletterci sopra poi è altrettanto importante per capire il perché di certe "scelte politiche" talvolta incomprensibili.
Normale quindi un certo comportamento da parte di chi fa "il politico", meno normale la scelta del cittadino che dà il proprio voto senza capire il peso e l'importanza di quella piccola X messa su di un pezzo di carta.
Uno dei trucchi usati dalla moderna politica per conservare il controllo, è quello di avere svuotato di molto il peso della preferenza di voto. L'avere fatto credere che "Uno vale l'altro tanto magnano tutti", porta a far sì che si vada a votare per abitudine, che si ascoltino i proclami con sufficienza, che si creda alle promesse, che ci si accontenti della gallina di domani senza neanche avere l'uovo di oggi, che si accetti di non capire niente di quello che succede tanto sempre a "faticare" devo andare, che si accettino delle leggi e delle scelte assurde tanto "non posso farci niente", che non ci si renda conto che tutto il potere che ha chi ci governa glielo "regaliamo" noi, che invece quella X se messa bene -o anche non messa per niente- ha un peso ENORME.
Ha un peso così enorme che chi "lo gestisce" non lo lascia capire, perché se lo facesse perderebbe tutto il potere che invece ha accaparrandosi tutte quelle X .
Torniamo ad avvicinarci alla politica non guardando il colore o la fazione, ma guardando le persone, quello che dicono, le cose che fanno, le promesse che mantengono, la dedizione che hanno, i sacrifici che fanno.
Perché una cosa forse l'ho capita: fare vera politica è vero sacrificio, tanto sacrificio, è scegliere la comunità come fosse una moglie o un marito o un figlio; e non tutti sono disposti a farlo. Quindi chi lo fa' merita la nostra fiducia.


lunedì 3 marzo 2014

Carità



Guardo la televisione e vedo la pubblicità di un'associazione umanitaria che aiuta i bambini del terzo mondo, costruendo scuole e dando servizi, per cercare di dargli una possibilità ed un futuro migliore. Mi si stringe il cuore a vedere le immagini e sentendomi in una posizione di ineguagliabile privilegio sociale rispetto a loro, penso sia più che giusto dare un aiuto. Poi però la parte "cattiva" della mia anima si risveglia, mandandomi immagini di numeri, migliaia di numeri, miliardi di numeri: sono tutte le cifre che le grandi banche private e le holding e i grandi gruppi e le lobby si spartiscono giornalmente fottendosene altamente di questa parte di mondo, che se volessero potrebbero aiutare senza il minimo sforzo e senza conseguenze nei loro bilanci. Penso che se tutte le banche del mondo devolvessero lo 0,05% dei loro guadagni ad aiutare certe popolazioni, si potrebbero risolvere molte ingiustizie ed avere delle risorse umane sulle quali contare. Penso che se tutte le banche del mondo devolvessero lo 0,05% dei loro guadagni ad aiutare certe popolazioni, gli interessi che paghiamo nei conti correnti sarebbero meno onerosi. Penso che se tutte le banche del mondo devolvessero lo 0,05% dei loro guadagni ad aiutare certe popolazioni, potremo dire di essere più civili. Quindi qual è la ragione per cui tutto ciò non accade? Di certo è perché c'è convenienza da parte di una certa fetta della nostra società, quella fetta che gestisce la maggior parte delle ricchezze del mondo, quella che decide quando essere in recessione e quando tirarci fuori, quella che decide le nostre vite insomma, che ci siano popolazioni e fasce dell'umanità che soffrano di un'estrema povertà e di un'estrema ignoranza, perché la maggior parte della ricchezza della quale godono deriva proprio da lì. Ed allora, se a livello mondiale c'è questa convenienza affinché certe cose non cambino, tutte le associazioni umanitarie, che in gran parte sono parte integrante di questa struttura societaria, cosa esistono a fare se non a creare altre ricchezze per i soliti noti e a metterci la coscienza a posto mandando ad un bambino africano i nostri 10€? Ed io che vorrei mandare questi 10€, faccio bene a foraggiare questo carrozzone che non cambierà mai perché non esiste interesse nel cambiarlo, o faccio meglio a non dare adito a questi personaggi di creare altre ricchezze per loro, senza che nessun problema del terzo mondo sia risolto?

Perché questo blog?



La mente. Questo intricato circuito di terminazioni nervose così sconosciuto. Possibile che tutto ciò che siamo e che proviamo sia solo frutto di sinapsi che si accendono e si spengono? Se siamo veramente solo chimica, quali sono i complessi meccanismi che vengono attivati e ci fanno essere "io"?
Ho sempre immaginato la mia mente come un intricato dedalo di viuzze e vicoli, dove i pensieri corrono ma non sanno mai dove arrivano, perché ad ogni bivio c'è una scelta da fare, e di certo qualche svolta è quella sbagliata.
Ma come sapere quali sono le svolte giuste e quelle sbagliate? Come sapere dove ci porta il vicolo per il quale abbiamo svoltato? Non esistono mappe né mete certe, ma solo all'arrivo si riesce a capire la giustezza delle scelte. Anzi, talvolta neanche all'arrivo, perché poi non è detto che la destinazione finale sia quella giusta. Allora come fare per tracciare la giusta mappa? Confrontandola con altre mappe e altri arrivi.
Eccomi quindi a far scorrere i miei pensieri in libertà, aspettandomi critiche, suggerimenti, illazioni, ironie, prese in giro, condivisioni, accettazioni, negazioni,..... insomma un proficuo e libero scambio di idee.